UN ROMANZO PER IMPARARE AD ASCOLTARE NELLA COPPIA

“Ascoltate il matrimonio” di John Jay Osborn – Bollati Boringhieri

Un matrimonio nasce dall’amore, ma non solo: un matrimonio è fatto di soldi, di case, di impegni da incastrare, eventualmente di figli. Un matrimonio è pieno di milioni di parole che vengono dette e ripetute, e pochissime che vengono ascoltate davvero. John Jay Osborn lo sa bene, e dalla sua esperienza in terapia con la moglie nasce questo romanzo rapido e tagliente come un foglio di carta, e allo stesso tempo ricco di humour e dialoghi vivaci.
Tre personaggi, una stanza, una sedia apparentemente vuota: questo basta perché dalla pagina prenda vita una relazione complessa, densa di emozioni contraddittorie, e il lettore si senta invitato, a sua volta, a fare quello che in molte coppie difficilmente si è in grado di fare: ascoltare.
Sandy è una terapeuta fuori dall’ordinario: proprio durante la prima seduta, interviene nella contesa tra Gretchen e Steve, consigliando al marito di cedere alla moglie l’anticipo di 200.000 dollari della vendita della casa che hanno in comune; i due proprio litiganti non sono, altrimenti Steve non acconsentirebbe immediatamente a passare a Gretchen tutti quei soldi, allungandole addirittura l’assegno, e girandoglielo.
Un inizio del genere lascia ben sperare in una riconciliazione tra i due, ma la storia procede con Sandy che li convince a parlarsi, finalmente. Alla base di un matrimonio (forse) finito ci sono l’incapacità di parlare e di ascoltare, e il lettore può capirlo, se ha sperimentato almeno una volta nella vita la stessa rischiosa reticenza e la stessa pericolosa distrazione. Nello studio c’è anche una sedia verde, tappezzata, incongrua con il resto dell’arredamento moderno e lineare, a cui Sandy indirizza spesso dei commenti «fuori campo». La prima a scoprire a cosa serve è Gretchen, che da quel momento procede velocissima nella terapia, trascinandosi dietro il meno perspicace Steve.
C’è il lieto fine, ma quello che più piace è la leggerezza, o meglio, l’assenza di quella pesantezza ai confini con la tragedia che caratterizza le classiche narrazioni di terapia. È il sottile humour di Sandy, che commenta e racconta, a fare la differenza.

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Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private in studio, telefoniche e via Skype tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

COME CAPIRE SE E’ MEGLIO LASCIARE IL MARITO O RIPROVARCI

Decidere di lasciare il proprio compagno e di chiudere un matrimonio non è mai facile, come si deve fare per essere sicura di aver preso la decisione giusta?

Dilemma quasi shakespeariano quello di porsi la domanda : “Lascio o non lascio mio marito”. Conseguentemente la risposta richiede un attento e approfondito esame di riflessione. Proviamo a farlo.


–  Innanzitutto bisogna approfondire se le cause del malessere di coppia sono esclusivamente da attribuire al marito o anche al tipo di relazione instaurata o ancora a se stessi. Spesso si tende ad attribuire tutta la colpa del malessere individuale e di coppiaall’altro. Prendere consapevolezza delle reali cause del malessere è premessa necessaria di qualsiasi decisione.

–  In seguito bisogna chiedersi che cosa si è fatto per riprovare. Si è comunicato il proprio malessere? Se n’è discusso in coppia? Il proprio marito si è reso disponibile ad ascoltare e a condividere soluzioni? E’ stato esperito in maniera concreta il tentativo di riprovarci?

–  Non da meno è chiedersi se si provano ancora sentimenti per il proprio partner e di che tipo. Se l’amore dovesse essere completamente spento, non c’è tentativo che sia efficace per riprovare. Almeno che non si abbiano altre motivazioni per continuare a stare in coppia.

– Quarto e ultimo passaggio quello fondamentale: Ci riprovo o no con mio marito è solo la logica conclusione degli altri tre delineati. La decisione di separarsi è solo la conclusione di un processo e non un’azione fine a se stessa.

Dott. Roberto Cavaliere

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PERCHE’ RIPENSIAMO AL PRIMO AMORE QUANDO SIAMO IN CRISI DI COPPIA

E’ molto frequente che a seguito di un momento di crisi del rapporto si ricerchi quello che è stato il nostro primo amore, magari utilizzando come via privilegiata i social network come Facebook, ma come mai questo fenomeno è così diffuso?

Ogni amore, anzi ogniinnamoramento è legato a una fase d’idealizzazione. In questa fase l’altro/a unitamente alla relazione sono investiti di una serie divisioni interiori su una figura ideale di persona da amare e di un’altrettanta relazione ideale. La mente realizza al suo interno un’immagine della persona amata, e nel creare questa immagine interiore ècatturata dall’amore.

Già Dante, infatti, sembra sapere che l’uomo non s’innamora di una persona del mondo reale se, quando la incontra, non ha già creato intrapsichicamente un’immagine interiore. Questo processo è accentuato nella fase d’innamoramento del primo amore e lo stesso primo amore quando finisce può portare con sé un’idealizzazione dei ricordi a esso legati, come una sorta di ‘eden perduto’.
Ciò comporta che in momenti di crisi direlazioni successive al primo amore si tenda a ricordare ciò che di bello e ideale ci sia stato nel primo amore che proprio perché primo conserva spesso tutto il suo fascino iniziale intatto. Bisogna rendersi conto che se anche fosse stato ‘ideale’,  in tutti i sensi, il primo amore è legato a una fase evolutiva della propria vita che è passata. Nel frattempo si è ‘cresciuti’ ed è ‘cresciuto’ anche il modo di amare ed essere amati.

“Chiamiamo“idealizzazione” quella tendenza che falsa il giudizio, come avviene ad esempio invariabilmente nel caso delleinfatuazioni amorose, dove l’Io diventa sempre meno esigente, più umile, mentre l‘oggetto sempre più magnifico, più prezioso, fino a impossessarsi da ultimo dell’intero amore che l’Io ha per sé, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l’autosacrificio dell’Io. L’oggetto ha per così divorato l’Io”. S.Freud

Dott. Roberto Cavaliere

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